Facciamo nostra la citazione della frase di Emma Goldman, usata stamani nel suo editoriale dal direttore del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni: «Qualcuno ha detto che ci vuole meno sforzo mentale a condannare che a pensare».
E avendo voglia di pensare e non di condannare analizziamo questo brutto ottobre della Reggina, che porta con sé domande e dubbi. Intendiamoci: non pensiamo che questa squadra possa perdere il campionato, l’obiettivo sarà raggiunto anche con una certa tranquillità. Restano però degli interrogativi a cui non siamo in grado di dare risposte, per farlo bisognerebbe seguire il lavoro settimanale della squadra e conoscere tutte le dinamiche interne, sentire le varie campane.
Come abbiamo già scritto in passato la narrazione calcistica segue ormai un cliché consolidato, massima espressione dall’adanismo che ha intasato di color marrone la narrazione dell’arte pedatoria. Per elevare il racconto più che la competenza servirebbe lo spurgo. Si parla solo dell’allenatore, dei suoi cambi, del modulo e, quando finalmente si arriva sul campo il discorso sembra un monco gioco dell’oca che tocca l’1, cioè il portiere, e finisce al 9 cioè al centravanti. Il resto? Non esiste.
Non siamo qui per difendere Marchionni, semplicemente lo riteniamo in grado di condurre la nave in porto. Ci piace parlare di calcio e se dobbiamo criticare il tecnico lo facciamo su quello che vediamo. Ci piacerebbe sapere, ad esempio, perché un calciatore come Toscano — che aveva iniziato la stagione come riserva di Palmieri e che sarebbe forse l’unico che terremmo titolare in Serie C nella prossima stagione — dopo tre mesi di lavoro giornaliero non abbia ancora imparato nessuna malizia quando un avversario lo attacca alle spalle.
Ci piacerebbe sapere perché lo Specker visto a Favara abbia grossi limiti su marcatura e percezione del pericolo: il cross concesso a Schembari è un urlo di dolore per postura e tattica individuale.
Ci piacerebbe sapere perché Lagonigro non migliora tecnicamente trasmettendo quella sensazione di perenne incertezza, specie quando la palla è alta. Il miglioramento costante della rosa, specie dei ragazzi, dovrebbe essere una prerogativa dello staff tecnico e non vediamo grandi passi avanti.
Venendo alle scelte, ci chiediamo perché un calciatore come Franchini viva ai margini della squadra. Solo un’apparizione, per giunta positiva, in Coppa Italia e tutto il resto è silenzio. Se non ha il ritmo partita è impossibile trovarlo non giocando mai. È pensabile non sia abile e arruolabile nei finali di partita per dare linfa al centrocampo?
Un altro aspetto preoccupante sono i continui guai fisici delle punte: Reis, Guida e Jallow hanno avuto noie muscolari. Il lavoro loro richiesto, specie in fase difensiva, è massacrante. Possibile ci si debba mettere nelle condizioni di schierare un 2009 di belle speranze? Cosa porta a questi continui intoppi? Una delle forze di Gasperini all’Atalanta è stata la scelta di cambiare le punte poco dopo un’ora di gioco per continuare a mantenere la pressione alta in fase difensiva. Se le punte sono ai box e non utilizzabili, diventa pure normale che ad Alma vengano i crampi dopo poco più di un’ora di gioco.
Altro giro, altra considerazione: la Reggina ha usufruito, in undici partite ufficiali, di un solo calcio di rigore a favore per giunta sbagliato da Alma contro l’Avola, tra l’altro con fallo commesso tre metri fuori area. D’altronde se in area avversaria si arriva solo a rimorchio diventa difficile subire falli.
Inoltre, per caratteristiche e qualità individuali, questa squadra sembra giocare bene solo con Reis (di oggi la notizia che dovrà scontare due turni di squalifica per il caso Messina) davanti, l’unico capace di scattare in profondità e allungare le difese avversarie, creando spazi per l’inserimento dei centrocampisti. Quando manca forse servirebbe pensare a qualche variante, fermo restando la ristrettezza delle scelte disponibili là davanti.
Ci piacerebbe che il racconto calcistico si concentrasse su queste cose, ma capiamo benissimo che è utopia (adanismo portaci via) e che attecchisce di più parlare dei cambi piuttosto che del 4-7-3-1, del 4-6-3 o del 5-5-5. Vorremmo si entrasse di più nel campo, fermo restando che si parla di allenatore e calciatori di Serie D. E ci chiediamo, sempre senza risposta, se ad un calciatore del calibro e dell’esperienza di Acquadro — uno dei leader della squadra — abbia bisogno di qualcuno che gli spieghi che deve smarcarsi.
Eh sì, perché un’altra narrazione è che ormai hanno sgamato come giochiamo e marcano le nostre fonti di gioco. Evviva il cazzo, direbbe il poeta, anche un bambino cercherebbe di bloccare le fonti di gioco avversarie. Ma l’altro bambino cercherebbe di liberarsi da quella marcatura: ci si può allargare, abbassare, alzare, finire in zone inesplorate. Delle due, l’una: o ti seguono e allora si crea un buco in mezzo o non lo fanno e allora puoi impostare la manovra. Si sa smarcare Laaribi e non sa farlo Acquadro?
Lo stesso discorso di Acquadro vale per Lancini. L’azione che porta all’angolo del 2-2 a Favara parte da un lancio senza senso del capitano in pectore (che abbiamo messo in copertina con le frecce tipo semaforo). Non ce lo aspettiamo da lui, se proprio non c’è altra soluzione tanto vale far rinviare il portiere, stringere la squadra ed aggredire la seconda palla. Invece no, resta la strana sensazione di calciatori che si limitano a fare il compitino invece di prendere la squadra per mano. Loro in campo dovrebbero trasmettere quel qualcosa in più ai compagni e siccome abbiamo visto farlo a gente del calibro di Poli, Dionigi, Giacchetta, Sesia, Sasso, Mariotto, Cozza, Casale e ne dimentichiamo tanti, non vorremmo pensassero di sentirsi così furbi da poter scaricare il mal di pancino solo e soltanto sul tecnico. Non pensiamo sia così, siamo ai limiti delle elucubrazioni mentali, ma è innegabile che il tarlo frulli in testa.
Infine la società: sappiamo che qualche settimana fa Armando Calveri è stato due giorni a Reggio per supportare il ds Romairone e la risposta della squadra è arrivata a Caltanissetta con una vittoria cercata e voluta. Dopo dieci giorni siamo di nuovo ad una prestazione incolore, per giunta senza mai arrivare al tiro su azione manovrata. La cosa che ci lascia tranquilli è la proprietà: alla Lazio, nelle ultime dieci stagioni, solo due volte è stato esonerato un allenatore durante il campionato e sappiamo per certo che quella è l’ultima soluzione. E se dovesse servire un intervento a gamba tesa di Lotito su calciatori e/o allenatore, ben venga.
La stretta attualità porta alla decisione di annullare la conferenza stampa del tecnico prima della gara col Ragusa, lasciando spazio all’immaginazione ed all’interpretazione. Solo prima della trasferta di Capaci era saltato l’appuntamento settimanale, motivato da questioni logistiche. Parlerà solo al microfono del buon Ferdinando Ielasi ma stavolta non c’è nessuna motivazione logistica: chi ha deciso così e perché?
In conclusione sarebbe gravissimo se la società facesse comandare i calciatori. Chi comanda è la proprietà, non chi va in campo. E non va dimenticato che questa squadra è al comando dalla prima giornata. Nelle ultime tre stagioni si era arrivati al paradosso del calciatore che faceva il direttore sportivo. Infatti siamo ancora in D. Meditate gente, meditate.

