La partita di ieri ci ha detto (e confermato) molte cose: la più evidente è il cambio di direttore d’orchestra!

I calciatori. Sono una categoria professionale a parte e poco hanno a che spartire con molte altre. Decidono, spesso scientemente, i risultati delle partite giocando (o non giocando, a secondo degli “umori” dello spogliatoio) se e quando, ma anche come e perché, fungendo da vero e proprio ago della bilancia nell’indirizzare verso una vittoria od una sconfitta il risultato finale. Nella maggior parte dei casi, lo spogliatoio è, in gran parte, coeso: chi non ci sta viene sistematicamente escluso e nulla può contro il “gruppo”. In forza di quanto detto, Società ed allenatori sono spesso “ostaggi” della squadra che, nel chiuso spogliatoio, “individua ed elegge” il proprio capopopolo o  è uno degli “anziani” ad ergersi a leader in virtù di anzianità e/o curriculum. Troppo spesso hanno abbandonato presto gli studi per dedicarsi al calcio, questo sicuramente li ha penalizzati ma ciò non vuol dire che siano poco intelligenti, anzi. Compensano con furbizia e scaltrezza nel muoversi e divincolarsi in un mondo (quello pallonaro) dove, troppo spesso, le qualità pedestri lasciano spazio ad arruffianamenti e/o capacità individuali di raggiungere ed ottenere compromessi vantaggiosi.

Gli allenatori. Pochi riescono a creare rapporti empatici con le proprie squadre. Taluni immaginano di essere su un piedistallo che li posiziona in condizioni di superiorità rispetto alla squadra. Sbagliano quasi tutti, troppo spesso “forti” di un ego smisurato per un campionato vinto o per qualche risultato ottenuto, difficilmente fanno i conti pesando la percentuale in cui davvero incidono sull’andamento della squadra. Anche loro più furbi che scolarizzati, in gran numero (soprattutto in campionati dilettantistici, nel vero senso della parola) allenano anche perché partecipano economicamente alla vita societaria. Sono quasi sempre individuati come i primi colpevoli se i risultati non arrivano, spesso non è vero ma sono bravissimi nell’occultare le verità trincerandosi dietro dichiarazioni sconclusionate, senza senso e persino offensive nei confronti di chi li ascolta. Raramente hanno gli attributi per mandare a quel paese giocatori e/o Società perché, come si dice, “la ruota gira ed a volte ripassa dallo stesso punto dove si è già fermata”.

Le Società (ed i loro management). Come detto, anche loro sono, allenatori compresi, “ostaggi” del volere del “gruppo squadra”: non esiste Società, non esiste dirigente, non esiste allenatore in grado di tenere sotto scacco una rosa. O meglio, queste figure non esistono se parliamo di livelli assai mediocri: dove il calcio è Calcio è altro discorso, ovviamente. Solitamente ci troviamo di fronte a Società mediocri o addirittura scarse dove si fa calcio presumendo di fare facilmente business, dove si presume che investire soldi voglia dire ottenerne la moltiplicazione, dove il “Se ce l’ha fatta lui posso farcela io” è il pensiero fisso. Più una fissazione che una realtà, insomma. Ai livelli in cui vivacchiano, nessuno tra proprietà e dirigenza riesce ad essere veramente autoritario, men che meno hanno innata la dote dell’autorevolezza e non l’acquisiscono vestendosi griffati dagli occhiali alle scarpe.  Se non hanno talento, forza e doti veramente superiori sono destinati a soccombere nonostante sia dimostrato amino autocelebrarsi o indossare una parvenza di cazzimma innaturale.

E adesso passiamo a noi, alla Reggina per intenderci.

Parco giocatori. Oggi si contano in rosa 31 giocatori: ad occhio il 50% è valido, il 25% è mediocre ed il restante 25%, onestamente, potrebbe dedicarsi ad altre attività ludico-ricreative invece che rendere stracolmo un gruppo squadra che, normalmente e sufficientemente, è formato da 22/24 giocatori. Non è necessario far nomi ma chiaramente esiste il gruppo dei senatori e sicuramente tra questi c’è il leader che però non ha il “posto fisso” in quanto tale ma il ruolo se lo deve guadagnare sul campo giorno per giorno; poi c’è il più numeroso gruppo composto da quei giocatori utilissimi alla causa che fanno un lavoro sporco ma proficuo e che non assurgono mai agli onori della cronaca seppur lavorino silenziosamente; infine c’è il gruppetto dei beneficiati e fors’anche nemmeno loro sanno perché godono del privilegio di indossare la maglia della Reggina.

L’allenatore. A lui va sicuramente riconosciuto il merito di essere arrivato in pieno disastro in corso e di aver toccato le corde giuste: evidentemente sia in seno al gruppo ma anche dialogando con il tifo organizzato. Si è messo sulle spalle la squadra e si è offerto come suo garante agli occhi dei tifosi. Un avvio tribolante, poi le 9 vittorie consecutive che hanno portato la Reggina a due passi dall’agognato (e mai assaporato) primo posto. Probabilmente questo filotto di successi, avrà convinto il mister di essere bravo e di poter osare. Dopo aver trovato la quadra utilizzando un “11” tipo e di volta in volta affidandosi ai sostituti necessari, non è dato conoscere il motivo che lo abbia indotto a pescare nelle retrovie della rosa tirando dal cilindro giocatori con più presenze in tribuna che in panchina. Giocatori che, spesso, il profumo del campo in erba l’avevano sentito solo al Sant’Agata. Ecco che, come ovviamente preventivabile, l’importante filotto di vittorie ha lasciato spazio a nuove prestazioni imbarazzanti ed a risultati nuovamente negativi che hanno riportato la Reggina lontana dalla posizione di testa. Proviamo a pensare a quei giocatori che, avendo contribuito a risollevare la squadra, si sono ritrovati di punto in bianco in panchina o tribuna a vantaggio di colleghi assai meno utilizzati sol perché l’allenatore ha presunto di esser diventato “bravo” e, quindi, di potersi permettere stravolgimenti di gerarchie già rodate e cristallizzate. La più logica delle conseguenze, anche in virtù di quanto scritto prima, è una sorta di ammutinamento o, quanto meno, di flessione delle soglie di attenzione ed impegno. Se a tutto questo aggiungiamo poi una non certo eccelsa qualità oratoria in fase di comunicazione ecco che l’harakiri è bello e confezionato (infiocchettato). Vogliamo menzionare le dichiarazioni post sconfitta con la Vigor Lamezia? Non serve, sono impresse nei nostri ricordi peggiori a corollario di una tra le peggiori partite stagionali. Vogliamo parlare delle dichiarazioni di ieri pomeriggio post vittoria a Barcellona? A quale mente normodotata verrebbe in mente di attribuire la vittoria di ieri (in una partita giocata bene e soprattutto con l’”11” base già fautore delle 9 vittorie consecutive) a sé stesso per aver partorito, tre giorni prima, scelte dai più definite cervellotiche tanto che, giustamente, hanno portato la Reggina ad uscire sconfitta in casa contro una squadra in piena lotta salvezza e dalla caratura tecnica assai mediocre? Per di più contribuendo a condurre la Reggina lontana anche dalla sola possibilità di raggiungere la vetta. Chi, tornando all’appuntamento con vittoria, avrebbe mai potuto darsi il merito per le scelte fatte domenica scorsa in una partita terminata con la sconfitta contro l’ultima della classe (o quasi)? Chi???

La Società (ed il suo management). L’abbiamo, sin da subito – ad intuito – definita inadeguata al ruolo. Man mano che il tempo è trascorso, con i fatti a rafforzare i nostri convincimenti, abbiamo aggiunto anche incapace di ottenere i risultati sperati dalla piazza e proclamati da chi ha la bocca larga perché manifestatamente incompetente. Ci hanno, spesso e volentieri, dato prova di essere alla guida della Reggina più per grazia ricevuta che per reali meriti. Del presidente Minniti fatichiamo a ricordarne la voce ma abbiamo ben impressa una dichiarazione durante la scorsa stagione circa il suo (e del socio di maggioranza Ballarino) eventuale disimpegno dalla reggenza della Reggina qualora le vivaci contestazioni fossero proseguite. Non abbiamo mai capito però se fosse una minaccia, un ricatto o una promessa (purtroppo non mantenuta). Il presidente ha collezionato più sanzioni inibitorie che parole proferite rendendolo un soggetto non qualificabile, né in bene né in male. Un laconico “n.p.” appare esaustivo. Idem per il suo vice: saltuariamente intervistato, “non cunta e non ‘ccusa”! Il protagonista, senza cariche sociali (fu Direttore Generale all’insediamento), è senza alcun dubbio il generosissimo Ballarino. Generosissimo sol perché capace di elargire dichiarazioni straordinarie e dall’appeal comunicativo incredibilmente elevato. Potremmo portare tanti esempi, tutti accomunati da un’unica sensazione: se fosse stato in silenzio non solo sarebbe stato meglio ma avrebbe anche contribuito ad arrecare meno danni (alla Reggina). Ricordiamo le dichiarazioni post sconfitta a Messina con quel “Attendo che i giocatori vengano a chiedermi la rescissione contrattuale!” Oppure quel “Prenderei a calci in culo tutti, me compreso” dopo la sconfitta di domenica scorsa. Sono solo due gli esempi che ci vengono in mente ma potremmo citare anche “Abbiamo lo stesso monte ingaggi del Trapani” pronunciata durante il primo campionato e, forse la peggiore di tutte, “Chi sta con noi bene, chi non sta con noi è contro la Reggina” che rappresenta l’apice delle supercazzole proferite (il termine giusto per definire la frase è senza dubbio un altro, facilmente intuibile peraltro).

Ballarino, credo lo sappia ma non l’ammetta (nemmeno a sè stesso dinnanzi allo specchio radendosi), è a capo di una Società a cui piace giocare (tra)vestendosi di autorevolezza senza neppur aver minimamente l’odore dell’esser autorevole. Cosa lo testimonia più di qualunque altra cosa? Beh, le urla e gli schiamazzi dopo la sconfitta a Messina, quelli post Lamezia e, da ultima, quella in casa con l’Acireale con la promessa di prendere severi provvedimenti e, anzi, di averli già presi salvo comunicarli in seguito e poi… E poi uscire, dopo aver aspettato i risultati (favorevoli) delle altre, con un comunicato in cui annuncia l’essersi compattate le parti e l’ennesima richiesta di sostegno della tifoseria! Oltre che oltraggioso ed offensivo per qualunque tipologia di intelligenza, un comunicato del genere lo fa sentire autorevole o, invece, la verità è che, sconfessandosi per l’ennesima volta, è addivenuto a più miti consigli imponendogli di abbassare cresta e pretese? Un’altra volta, l’ennesima, una Società diversamente forte si è trovata costretta ad affidarsi non a sé stessa.

Pertanto, il comunicato racchiude in sè un’unica verità: le sorti della squadra le hanno prese in mano… i giocatori, esponendosi e parlandone con la proprietà. Tutti, insieme! Sono gli unici, anche per quanto detto in apertura, a poter decidere le sorti della squadra e, quindi, l’esito del campionato (se ancora possibile). Questo è stato evidentissimo ieri: ritorno all’ “11” base che bene aveva già fatto, cambi azzeccati e quindi senza arrecare nocumento, vittoria chiara ed esaustiva. Ed Alfio? Parli e dica ciò che vuole autoincensandosi (ieri più mestamente che altre volte, iddu sapi), e faccia buon viso a cattivo gioco sino al 3 maggio: in fin dei conti, di fatto, si è autoesonerato (o ha visto commissariato il ruolo, se preferite) con scelte ed annesse dichiarazioni cervellotiche.

Ballarino, che fesso non è, sa che se c’è ancora qualche flebile speranza essa può risiedere solo nella testa e nei piedi dei calciatori. 

Questo è quanto!

Ad maiora!